Primo capitolo scritto con l’IA (dal canale Vivere di Scrittura)

Se hai seguito il tutorial Youtube “Come scrivere un libro con l’IA” parte 1° e parte 2° del canale Vivere di Scrittura, ecco il capitolo scritto con l’IA (Sudowrite) all’interno del tutorial.

Tutorial “Come scrivere un romanzo con l’IA” – Parte 1:

Tutorial “Come scrivere un libro” con l’IA parte 2:

Chapter 1: Una mattina di sole a Firenze

Scene 1

Aveva scelto l’orario del Frecciarossa in modo da arrivare a Firenze poco prima che la luce si spegnesse sul selciato e sulle imposte delle case attorno a Santo Spirito. Scese dal taxi, pagò il conducente con un gesto secco, e lo guardò allontanarsi fino a sparire tra i bagliori dei fanali e delle biciclette impazzite del centro. Il trolley che la seguiva aveva le ruote stanche, e sbatteva ogni volta sui sampietrini con una risonanza quasi vendicativa. Martina Romano si fermò davanti al portone, lo riconobbe subito dalla foto inviata dall’agenzia: intonaco scrostato, uno stemma nobiliare che sembrava piangere lacrime di muffa, e una fila di citofoni arrugginiti. Il suo nome, “Romano M.”, era scritto su un’etichetta adesiva, appena storta.

Fece per suonare, poi si fermò. Lo sapeva già, nessuno le avrebbe aperto. Sollevò il bagaglio, lo incastrò tra il fianco e il muro, e armeggiò nella borsa fino a trovare le chiavi della nuova vita. Il portone cedeva con un tonfo umido; dentro, l’odore era quello di scale consumate da generazioni di inquilini e del pane caldo della panetteria al piano terra. Nessuna traccia dei colori sgargianti delle brochure turistiche: solo una scala ripida, intonaco sporco di orme e la promessa di silenzio ai piani alti.

Il terzo piano, senza ascensore. Ogni pianerottolo una sosta forzata, ogni gradino un respiro più pesante. Arrivata in cima, si fermò a guardare la porta del suo appartamento: bianca, vernice scrostata ai bordi, maniglia opaca. Aveva una chiave diversa, più pesante, con una punta come un ago da tappezziere. Girò la serratura con decisione, entrò.

Il soffitto era basso, le pareti ricoperte di un giallo spento che in certi punti lasciava trasparire la storia di muffe antiche, e il pavimento di legno scricchiolava come un animale affamato. La stanza principale era insieme cucina, salotto e studio; una finestra s’illuminava della luce stanca che arrivava dai tetti di tegole rosse. Martina poggiò il trolley accanto al divano-letto, respirò lentamente, prese nota delle cose che avrebbe sistemato. La polvere sui battiscopa, le ragnatele dietro il calorifero, la mensola storta sopra il lavabo. Nessuna sorpresa: era tutto come nella mail dell’agenzia, perfino la tazzina sbeccata sul tavolo e la pila di riviste d’arte, numero sei mesi fa, lasciata lì dal proprietario.

Si avvicinò alla finestra, spinse la persiana, e per un attimo il sole delle sei la colpì in pieno volto. Il riflesso dorato sulle tegole, il vento che portava su l’odore dei fiori marci del mercato e dei fritti della trattoria all’angolo. Scese di nuovo nel suo corpo come una scossa breve e sobria: era a Firenze, sola, e avrebbe dovuto ricominciare tutto da capo.

Dalla borsa, estrasse il sacchetto di tela con gli strumenti di restauro. Lo fece senza fretta, uno ad uno, allineandoli sul tavolo: spatole, pennelli di martora in tre misure, stecche di legno per modellare la cera, bisturi nuovi e una lente d’ingrandimento professionale. Ogni pezzo era avvolto nella carta velina, ogni attrezzo aveva il suo ordine. Spostò il set di pigmenti — boccette di vetro con etichette scritte a mano — sulla mensola sopra il lavandino. Poi i libri: manuali universitari, appunti, vecchie dispense rilegate con lo scotch. Non aveva molto altro, solo vestiti, spazzolino e un caricatore di telefono.

Fu l’ultima cosa che tirò fuori dal trolley a prenderle il tempo: una foto incorniciata, il vetro un po’ rigato. Era lei con un uomo, entrambi in piedi davanti all’oceano, in un tramonto che sembrava rubato da un catalogo di poster. Martina posò la foto sul tavolo, la osservò per dieci secondi, poi la infilò nel cassetto. Non si voltò nemmeno a guardarla chiudersi.

Finito l’inventario, controllò di aver lasciato tutto in perfetto ordine, la linea degli strumenti parallela al bordo del tavolo, i pigmenti raggruppati per famiglia cromatica. Mise via il trolley, si lavò le mani nel lavandino — sapone solido, odore di limone chimico — e solo allora si permise un sospiro. Rimase qualche secondo con le mani strette ai bordi del lavabo, a fissare il proprio riflesso nel piccolo specchio sopra la mensola storta.

Il viso era lo stesso di sempre: occhi tondi e marroni, sopracciglia forti, pelle spenta dalle settimane di caffè e poco sonno. Ma c’era una linea nuova sulla fronte, appena sotto l’attaccatura dei capelli. “Bene,” disse a bassa voce, senza ironia, come se avesse appena completato una delle sue relazioni di restauro. Spense la luce, tornò verso la stanza. Si sedette sul letto con la schiena dritta, le mani sulle cosce, e rimase lì, ferma, a sentire i rumori della città che saliva lenta nelle ossa del palazzo.

A Firenze, finalmente, e senza nessuno da aspettare.

Scene 2

Aveva scoperto, in anni di biblioteche e laboratori, che la luce di un tramonto poteva cambiare il senso di una stanza più di qualsiasi pennellata o restauro. Così, quando la sera cominciò a filtrare oltre i tetti, Martina prese le misure della finestra e trascinò il tavolo di legno poco più in là, in modo che la fascia di luce dorata colpisse il piano di lavoro esattamente dove serviva. Fece scivolare sopra il tavolo una tovaglia di lino grezzo, poi riposizionò gli strumenti: pennelli allineati, bisturi, spatole, la lente d’ingrandimento sistemata sul piccolo piedistallo. Una volta soddisfatta dell’ordine, aprì il quaderno rosso che aveva portato dall’America, pagina nuova, e scrisse in stampatello:

“Firenze, 23 settembre.

Luce opaca, ma densa. Odore di lievito e umido. Silenzio di fondo come in chiesa, interrotto da voci acute. Qui la polvere sembra posarsi in modo diverso, più leggera. Domani Uffizi, ore 9:00.”

Chiuse il quaderno senza rileggerlo, lo posò sopra la pila dei manuali. Lasciò scorrere lo sguardo attraverso la finestra: in basso, il brusio di Santo Spirito si mescolava alle urla dei bambini, alle note di una chitarra amatoriale, alle stoviglie sbattute della trattoria. Più lontano, dietro le facciate color biscotto, il suono rarefatto delle campane di San Frediano.

Senza pensarci troppo, si tolse la camicia inamidita da viaggio e si infilò una maglia di cotone. Cambiò i jeans con una gonna leggera, infilò i piedi nudi nelle vecchie Superga bianche. Aprì il cassetto sopra il lavandino, prese lo zaino, lo riempì con una bottiglietta d’acqua, il quaderno degli schizzi e il set di grafite. Chiuse tutto con la stessa attenzione che aveva usato per i pigmenti, come se ogni oggetto avesse un posto preciso anche dentro lo zaino. Si fermò ancora una volta davanti allo specchio: la pelle era meno tesa, il viso sembrava quasi sorridere da solo. Chiuse la porta a doppia mandata, scese le scale più leggera di quando era salita. Nessuno nei pianerottoli, solo il silenzio della sera che s’allargava come una coperta.

Uscita in strada, la città la investì di odori, suoni, frammenti di vita che si rincorrevano nei vicoli. Si sentì attraversare da una specie di tremore, come se ogni cosa potesse andare in frantumi da un momento all’altro, ma anche come se finalmente avesse il permesso di respirare.

Martina strinse la tracolla dello zaino e si lasciò inghiottire dalla prima sera fiorentina, senza un programma preciso, solo con la voglia di perdersi e, forse, di ritrovarsi.

Scene 3

Il lungarno, all’ora in cui la città si svuota dei pendolari e si riempie di odori d’umido e tabacco, aveva un’aria sospesa tra la cartolina e il set cinematografico. Martina si avviò lungo il marciapiede rasente la balaustra, ogni passo scandito dallo scroscio del fiume e dal rimbalzo della voce dei turisti che si affollavano già sulle spallette per fotografare la dissolvenza del sole sulle cupole.

Guardava la corrente che scorreva in basso, chiazzata di riflessi gialli e cobalto. Si accorse subito che il colore dell’acqua cambiava ogni dieci passi, come se il fiume avesse umori diversi a seconda di chi lo guardava e da dove. Mentre camminava, captava brani di conversazione, un misto di italiano stretto, inglese gracchiante, tedesco, spagnolo, russo. Ogni voce tagliava la sera come una lametta, un inciso breve, poi scompariva nel rumore di fondo.

Alla fine raggiunse il Ponte Vecchio, lo attraversò, ignorando le vetrine ormai buie delle botteghe orafe. Si fermò appena dopo, dove la balaustra era libera, e si sedette con le gambe penzoloni sopra l’acqua. Per qualche secondo rimase solo a guardare, sentendosi parte di una folla silenziosa che da secoli si fermava in quello stesso punto a prendere fiato.

Aprì lo zaino, prese il quaderno degli schizzi e la matita. Le mani si muovevano senza incertezze: tre linee veloci a fissare la forma dell’arco, poi il profilo spezzato delle case sospese sul ponte. I dettagli li lasciava per ultimi, quasi per paura di sporcare l’impatto iniziale con troppe cose. Ogni tanto alzava la testa, cercando nell’aria qualcosa che desse senso al disegno: un colpo di vento che agitava le tende, una voce che chiamava un nome da una finestra, la sirena bassa di una polizia lontana.

Martina perse il conto dei minuti. Quando si fermò, il cielo era diventato viola scuro e una fila di lampioni galleggiava riflessa sulla corrente. Il ponte aveva assunto una qualità irreale, come se fosse stato disegnato da un bambino deciso a esagerare ogni curva. Guardò il proprio lavoro con un misto di soddisfazione e disagio: nessuno avrebbe riconosciuto il Ponte Vecchio in quel pasticcio di linee nervose, eppure c’era dentro qualcosa di vero, di suo.

Ripose il quaderno nello zaino, tirò su le ginocchia e restò ancora un po’ in ascolto. Si sentiva un animale nuovo, appena sbocciato, con le ossa ancora fragili ma pronto a camminare. Pensò alle settimane che l’aspettavano, al laboratorio degli Uffizi, ai quadri che avrebbe sfiorato, ai visi dei colleghi, ai nomi sconosciuti da imparare. Ma anche alla solitudine, a quella specie di vuoto che ogni tanto le saliva su come un malessere, e che solo il lavoro aveva sempre saputo zittire.

Si alzò dal parapetto con un gesto netto, tornò a camminare verso casa, lasciandosi dietro il ponte che adesso pulsava di luci fredde e di promesse. Aveva Firenze davanti a sé, intera e sfacciata, e per la prima volta da mesi non sentiva più il bisogno di tornare indietro.

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